
Che cosa significa essere donna oggi? Che cosa significa per me? Che cosa è cambiato, nei diritti e nelle rivendicazioni, da quando questa ricorrenza è stata istituita?
A giugno compirò quarantanni; ho due figli di dodici e nove anni e la convivenza col loro padre è finita otto anni fa; ho un lavoro precario, per il quale vedo il contratto rinnovarsi di anno in anno. Ho una laurea e durante il periodo universitario facevo la cameriera nel fine settimana e la sondaggista. Lo facevo per allentare la mia dipendenza economica dalla famiglia. Le mie scelte di studio non hanno subito particolari pressioni o ostacoli. Ricordo bene come fra i miei parenti, venti o venticinque anni prima, le ristrettezze economiche avevano giustificato la scelta dell'avanzamento negli studi solo agli uomini. Lo sviluppo economico quindi ha permesso a me e a tante mie coetenee, la libertà di disegnarmi il quadro di conoscenze da investire in una professione.
Quando le mie nonne ebbero i loro figli, lasciarono per pochi mesi i lavori più pesanti per poi portare i bambini nei campi o lasciarli nel cortile di casa, a badarsi fra loro, vicino alla massaia. Quando mia mamma partorì me e mio fratello, usufruì della maternità lavorativa e poi ci lasciò con i nonni, finché non avemmo l'età per la scuola materna. Quando io ho avuto i miei figli, li ho “incastrati” nei tempi morti dei miei lavori precari, consapevole che quando stavo a casa non guadagnavo. D'altra parte, fra i venticinque e i trentacinque anni, i colloqui di selezione con uomini che vantano sulla scrivania la fotografia di moglie e figli - famiglia che qualificano perno della propria esistenza - e poi si assicurano che l'unico dio della donzella di fronte sia il lavoro, si sprecano. In pratica, a parità di studi e conoscenze, il mercato del lavoro preferiva e preferisce offrire stabilità all'uomo o al limite ad una donna mascolinizzata. Lo sviluppo culturale ha accettato le donne negli studi, ma le ha lasciate da sole a lottare nel mondo del lavoro.
Quando la storia con il mio convivente non aveva più futuro, ho detto basta. Ma al di là del progresso sociale, che non impone più alle donne di rimanere incatenate ad una scelta sbagliata e non addita più chi decide di troncare una relazione, che cosa mi ha realmente permesso questa scelta? L'appoggio sostanziale di una famiglia. Abito in una zona in cui i nidi e le scuole materne pubbliche sono abbastanza diffuse, ma i loro tempi restano ridotti rispetto alle esigenze lavorative. Per fortuna i miei genitori potevano e possono coadiuvarmi nella gestione dei figli. Ho una casa mia, ma per avere un mutuo, dato il lavoro precario, ho dovuto avvalermi della fideiussione di mio padre. Posso godere il mio diritto di essere una donna indipendente, madre e lavoratrice, ma sostanzialmente posso farlo perché ho una famiglia alle spalle, altrimenti questo stesso diritto sarebbe solo una chimera formale. Lo sviluppo sociale mi ha dato la libertà di ritagliarmi un ruolo multisfaccettato e assolutamente personale, senza più impormi un percorso prestabilito. A me come donna resta la gestione delle mie fragilità e le lotte della quotidiana esistenza, con la necessità dell'aggiornamento continuo, della continuità lavorativa al di là del singolo rinnovo annuale, dei no e dei sì da gestire coi figli, dei soldi che non bastano mai, dei rapporti da reinventare ecc...
(già pubblicato su "La Rinascita" in data 8/03/2007)
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