domenica 19 dicembre 2010

L’ “io” e il gruppo

Parto da un fatto specifico. Una persona, con contratto di collaborazione, ha letto l’accordo aziendale del posto e dubitato che un punto, che doveva portare dei vantaggi economici ai diversi colleghi col medesimo contratto, fosse stato applicato. Ha fatto una scelta: si è rivolta al suo sindacato di riferimento. Questo ha fatto i vari controlli e avviato la trattativa, che ha avuto una svolta positiva solo quando ha presentato la diffida legale. A nove mesi dal primo avvertimento della persona si è arrivati ad un accordo, che ha reso pienamente effettivo per i contratti del prossimo anno quel diritto-vantaggio economico, mentre per il pregresso ha ottenuto un risarcimento immediato pari a quasi il 50%.

Durante questi nove mesi anche gli altri colleghi, molto più disattenti e per questo ignari fino a quel momento, hanno iniziato a nutrire delle aspettative su quel risarcimento, che in parte sono risultate deluse, data la perdita di poco più del 50% di qualcosa di cui però ignoravano fino a pochi mesi fa.

Poniamo che quella persona avesse fatto un’altra scelta. Ad esempio avrebbe potuto muoversi autonomamente e singolarmente per via legale e forse nello stesso lasso di tempo, a fronte di una sua presentazione di decreto ingiuntivo, avrebbe potuto ottenere un saldo totale. Unica incognita: il rinnovo del suo contratto. Per evitare che i tanti colleghi la seguissero nella richiesta e la cifra spesa dall’amministrazione si incrementasse velocemente di due zeri, quel rapporto di lavoro poteva concludersi alla sua scadenza annuale.

Ma poteva esserci una terza scelta. Una volta presentata la sua diffida legale e prima di arrivare al giudice, questa persona avrebbe potuto parlare con l’amministrazione e concordare che a nessuna delle due parti sarebbe convenuto palesare la soluzione, magari tramutandola in altro tipo di diritto-vantaggio economico individuale, da far rimanere isolato rispetto al resto dei colleghi. Questa soluzione però forse sarebbe praticabile solo per alcune delle tante figure con lo stesso tipo di contratto, ma con ben diversi tipi di riconoscimento professionale e relazioni.

Non volendosi arrendere all’egoismo e individualismo crescente, che nel caso porterebbe a ricercare le situazioni che permettano una scelta del terzo tipo, quella adottata dalla persona in questione è stata la più corretta, che magari è pure soddisfatta del risultato ottenuto. O forse pensa a quanto “ha perso” con quell’accordo sulla controversia. Si poteva ottenere di più? Come contrattazione penso di no. Quando i numeri sono consistenti, il diritto-vantaggio economico del singolo che ha posto il problema deve essere subito moltiplicato per tutte le posizioni analoghe ed è quasi naturale trovare un compromesso; non farlo porta a rompere e a continuare la controversia per vie legali, in una situazione già precaria di suo. Ovvio che ci sia chi crede sarebbe stato meglio rompere e chi accetta il compromesso raggiunto con una punta di delusione. Tutti sono pronti a ricevere subito quello che, fino a meno di un anno fa, neppure sapevano che era nel loro diritto avere, anche se in diversi sono pronti a dire che quando arriva il sindacato non si ottiene mai tutto il dovuto, dimenticando che senza quello stesso sindacato neppure sarebbe stata a suo tempo scritta quella frase cui appellarsi e dopo la distrazione generalizzata e continuata neppure sarebbero venuti al corrente dell’appellabilità a quel diritto violato. Il problema sembra proprio aver fatto prendere coscienza del tutto ed essere stati in grado di far avere, pur in un tempo ragionevole, solo una parte e il risultato si trasforma velocemente da piccola vittoria per il gruppo in consistente danno subito dal singolo, che pur lo ignorava fino a poco fa. Ma nella società italiana di oggi è possibile far tornare ad essere più importante la conquista del gruppo (non dico di classe perché risulterebbe ancora più anacronistico)? Forse continuare a desiderarlo si sta trasformando in una lotta contro i mulini a vento.

E se provassimo a cambiare strategia, adattandola ai sentimenti e alle situazioni attuali? Per troppi motivi, c’è una forte divisione fra le persone che lavorano anche nello stesso posto. Ognuno è portato a pensare al proprio diritto, al proprio stipendio, a come migliorarlo per sé, indipendentemente dagli altri. E’ normale che il singolo tratti privatamente per il miglioramento della propria situazione e se poi non ci riesce difficilmente se ne lamenta con gli altri, perché avrebbe dovuto prima palesare quel tentativo. A te sì e a te no aumenta la competizione e le divisioni ed è una strategia normalmente praticata dalle diverse direzioni, le stesse che di fronte ad una richiesta collettiva giocano al ribasso e accusano chi non è disposto ad accettare l’offerta come responsabile della perdita per il gruppo: solo in quel momento si ricordano che di fronte non hanno singoli lavoratori, ma un insieme, perché torna comodo nel conteggio totale. Così la rottura della trattativa diventa responsabilità del sindacato, come pure la differenza fra l’ottenuto e l’ottenibile. Ma se in una situazione come quella riportata, invece di comportarsi come la storia ci ha insegnato, portassimo avanti una strategia in due fasi? Nella prima fase si cerca di ridurre al minimo i tempi per una scelta del secondo tipo, sostenendo la singola persona ed evitando che venga isolata e appena ottenuta la soluzione agganciare la seconda fase, in cui portare avanti una scelta del primo tipo, che faccia ricadere su tutti il vantaggio ottenuto dalla prima per il singolo. E’ vero che questa tempistica ribalterebbe la logica sindacale, che storicamente vede prima la trattativa per tutti e solo quando non ci riesce fornisce ai singoli gli strumenti per le operazioni individuali, ma è una logica nata in un periodo storico in cui era sentita l’appartenenza alla classe e forse in questo nuovo contesto, prima che vinca la logica della scelta di terzo tipo, forse potrebbe valerne la pena.

lunedì 11 maggio 2009

mamma di oggi

"Oggigiorno a scuola abbiamo molti problemi ... i ragazzi sono irrequieti, senza guide certe, perché tanti sono ormai i figli dei separati."
"Abbiamo di tutto di fronte a noi, a partire dai figli di famiglie disgregate."
"Bullismo, immigrazione, handicap, figli di separati, non c'è una classe che si salvi."
Quante volte, troppe, mi sono trovata a sentire frasi del genere e il primo impulso sarebbe rispondere, ma mi trattengo ... Rispondere sarebbe mostrare la propria coda di paglia e forse non farlo è indice del proprio senso di colpa o della frustrazione per la sconfitta, chissà. Fatto sta che quest'altalena insana non lascia granché spazio ad altre considerazioni sul perché rispondere oppure non farlo.
Ma siamo veramente sicuri che "questi ragazzi" abbiano più o meno di altri dei problemi di un qualsiasi tipo? Vorrei poter affermare sempre e comunque di no, ma l'essere parte in causa mi impedisce di affermare alcunché. Come donna però vorrei poter affermare che è sempre e comunque un bene trasmettere ai propri figli il rispetto e l'amor proprio.

lunedì 24 novembre 2008

Lavoro atipico - fantasmi e mediocri

Se devo risultare un fantasma, voglio almeno esser di quelli che disturbano il sonno dei mediocri.

Chi sono i fantasmi?

Sono i lavoratori precari ed in particolare quelli con contratto di collaborazione, borsa di studio o assegno, che i politici non riescono mai a conteggiare esattamente e la cui protesta non ha diritto ad esser contemplati nelle statistiche.

Dove lavoro siamo 98 persone con contratto di collaborazione, in scadenza il 31 dicembre prossimo, che quotidianamente lavorano a fianco di 56 colleghi con contratto a tempo determinato, in scadenza a fine 2011 e 24 comandati dalla scuola o dai ministeri.

Il 14 novembre, a Roma, c'è stata la manifestazione contro la riforma dell'università e i tagli previsti dalla legge Brunetta, in quel momento al Senato; quella che stabilisce che dal prossimo luglio non potranno esserci contratti di collaborazioe nei vari enti pubblici. La nostra protesta si è tradotta nel non presentarci al lavoro e, non avendo il diritto allo sciopero, nel comunicare un giorno di non disponibilità - eufemismo da tradurre in ferie -. Anche se la sede nazionale dell'ente dove lavoriamo è stata semideserta, le statistiche non ci hanno contemplato fra coloro che protestavano, conteggiando esclusivamente chi ha comunicato lo sciopero.

Il 31 dicembre scade il nostro contratto e ancora non ci sono notizie sul nostro prossimo futuro. Incertezza ancor più stressante per il fatto di essere fantasmi di una realtà virtuale, di una Agenzia Scuola che dovrà nascere, ma che ancora la politica non ha deciso quale fisionomia dovrà avere; avendo deciso solo che dovrà far parte della ricerca, come già accadeva all'Indire, dal quale proveniamo, con contratti che, uno in fila all'altro, vanno indietro di 3, 5, 10 anni e in alcuni casi pure di più.

La precarietà ci perseguita proprio perché, in tutti questi anni, abbiamo continuato a lavorare, contribuendo alla crescita del bilancio di un ente in perenne stato embrionale, passato da una denominazione all'altra, senza mai giungere ad una fisionomia definitiva tale da poter permettere la legittimazione del nostro status di lavoratori, i quali hanno personalmente investito nella propria formazione, per specializzarsi in ciò che le commesse del Ministero dell'Istruzione e della Comunità Europea hanno richiesto.

La legge Brunetta intende stabilire che i nostri contratti non dovranno più esistere, tranne casi eccezionali e transitori. Benissimo! Ma i fantasmi non protestano per rimanere tali, bensì per acquisire il diritto di essere contati: nel lavoro come nella protesta!

Chi sono i mediocri?

Sono coloro che hanno deciso che sia meglio frequentare i "salotti buoni" e lì stringere accordi sulle nostre teste, disposti ad accettare alcune nostre "cancellazioni" insieme alla promessa di qualche nostra "evoluzione". Proprio su queste basi c'è stato chi ha deciso di ritirare l'adesione alla manifestazione. Oppure mi si vuol far credere che, in un periodo di crisi, senza neppure saperci contare, il "salotto buono" ha promesso di ufficializzare il lavoro di tutti i vari fantasmi?

Ma mediocre è anche chi continua a voler stare nel mezzo e lavorare a testa china, come sempre, sperando che sarà vista tutta la professionalità messa in campo. Ma nei salotti buoni contano i numeri, proprio quei numeri troppo spesso fallaci nel numerarci!

Io continuo a mettere in campo tutta la mia professionalità e utilizzerò le mie capacità fino in fondo, ma contemporaneamente voglio alzare la testa, protestare e fare di tutto per non essere prossimamente cancellata. Voglio alzare la testa e sensibilizzare o affiancare, con la mia protesta, coloro che, con ruoli diversi e forse più visibili nei salotti buoni, possono cercare di far nascere questo ente eternamente in stato embrionale.

A 41 anni e col rischio sempre più tangibile di non riuscire più a pagare il mutuo e le varie necessità di due figli, voglio almeno poter dire loro: io non sono una mediocre.

Atipica Tipica


Che cosa significa essere donna oggi? Che cosa significa per me? Che cosa è cambiato, nei diritti e nelle rivendicazioni, da quando questa ricorrenza è stata istituita?

A giugno compirò quarantanni; ho due figli di dodici e nove anni e la convivenza col loro padre è finita otto anni fa; ho un lavoro precario, per il quale vedo il contratto rinnovarsi di anno in anno. Ho una laurea e durante il periodo universitario facevo la cameriera nel fine settimana e la sondaggista. Lo facevo per allentare la mia dipendenza economica dalla famiglia. Le mie scelte di studio non hanno subito particolari pressioni o ostacoli. Ricordo bene come fra i miei parenti, venti o venticinque anni prima, le ristrettezze economiche avevano giustificato la scelta dell'avanzamento negli studi solo agli uomini. Lo sviluppo economico quindi ha permesso a me e a tante mie coetenee, la libertà di disegnarmi il quadro di conoscenze da investire in una professione.

Quando le mie nonne ebbero i loro figli, lasciarono per pochi mesi i lavori più pesanti per poi portare i bambini nei campi o lasciarli nel cortile di casa, a badarsi fra loro, vicino alla massaia. Quando mia mamma partorì me e mio fratello, usufruì della maternità lavorativa e poi ci lasciò con i nonni, finché non avemmo l'età per la scuola materna. Quando io ho avuto i miei figli, li ho “incastrati” nei tempi morti dei miei lavori precari, consapevole che quando stavo a casa non guadagnavo. D'altra parte, fra i venticinque e i trentacinque anni, i colloqui di selezione con uomini che vantano sulla scrivania la fotografia di moglie e figli - famiglia che qualificano perno della propria esistenza - e poi si assicurano che l'unico dio della donzella di fronte sia il lavoro, si sprecano. In pratica, a parità di studi e conoscenze, il mercato del lavoro preferiva e preferisce offrire stabilità all'uomo o al limite ad una donna mascolinizzata. Lo sviluppo culturale ha accettato le donne negli studi, ma le ha lasciate da sole a lottare nel mondo del lavoro.

Quando la storia con il mio convivente non aveva più futuro, ho detto basta. Ma al di là del progresso sociale, che non impone più alle donne di rimanere incatenate ad una scelta sbagliata e non addita più chi decide di troncare una relazione, che cosa mi ha realmente permesso questa scelta? L'appoggio sostanziale di una famiglia. Abito in una zona in cui i nidi e le scuole materne pubbliche sono abbastanza diffuse, ma i loro tempi restano ridotti rispetto alle esigenze lavorative. Per fortuna i miei genitori potevano e possono coadiuvarmi nella gestione dei figli. Ho una casa mia, ma per avere un mutuo, dato il lavoro precario, ho dovuto avvalermi della fideiussione di mio padre. Posso godere il mio diritto di essere una donna indipendente, madre e lavoratrice, ma sostanzialmente posso farlo perché ho una famiglia alle spalle, altrimenti questo stesso diritto sarebbe solo una chimera formale. Lo sviluppo sociale mi ha dato la libertà di ritagliarmi un ruolo multisfaccettato e assolutamente personale, senza più impormi un percorso prestabilito. A me come donna resta la gestione delle mie fragilità e le lotte della quotidiana esistenza, con la necessità dell'aggiornamento continuo, della continuità lavorativa al di là del singolo rinnovo annuale, dei no e dei sì da gestire coi figli, dei soldi che non bastano mai, dei rapporti da reinventare ecc...

(già pubblicato su "La Rinascita" in data 8/03/2007)