Parto da un fatto specifico. Una persona, con contratto di collaborazione, ha letto l’accordo aziendale del posto e dubitato che un punto, che doveva portare dei vantaggi economici ai diversi colleghi col medesimo contratto, fosse stato applicato. Ha fatto una scelta: si è rivolta al suo sindacato di riferimento. Questo ha fatto i vari controlli e avviato la trattativa, che ha avuto una svolta positiva solo quando ha presentato la diffida legale. A nove mesi dal primo avvertimento della persona si è arrivati ad un accordo, che ha reso pienamente effettivo per i contratti del prossimo anno quel diritto-vantaggio economico, mentre per il pregresso ha ottenuto un risarcimento immediato pari a quasi il 50%.
Durante questi nove mesi anche gli altri colleghi, molto più disattenti e per questo ignari fino a quel momento, hanno iniziato a nutrire delle aspettative su quel risarcimento, che in parte sono risultate deluse, data la perdita di poco più del 50% di qualcosa di cui però ignoravano fino a pochi mesi fa.
Poniamo che quella persona avesse fatto un’altra scelta. Ad esempio avrebbe potuto muoversi autonomamente e singolarmente per via legale e forse nello stesso lasso di tempo, a fronte di una sua presentazione di decreto ingiuntivo, avrebbe potuto ottenere un saldo totale. Unica incognita: il rinnovo del suo contratto. Per evitare che i tanti colleghi la seguissero nella richiesta e la cifra spesa dall’amministrazione si incrementasse velocemente di due zeri, quel rapporto di lavoro poteva concludersi alla sua scadenza annuale.
Ma poteva esserci una terza scelta. Una volta presentata la sua diffida legale e prima di arrivare al giudice, questa persona avrebbe potuto parlare con l’amministrazione e concordare che a nessuna delle due parti sarebbe convenuto palesare la soluzione, magari tramutandola in altro tipo di diritto-vantaggio economico individuale, da far rimanere isolato rispetto al resto dei colleghi. Questa soluzione però forse sarebbe praticabile solo per alcune delle tante figure con lo stesso tipo di contratto, ma con ben diversi tipi di riconoscimento professionale e relazioni.
Non volendosi arrendere all’egoismo e individualismo crescente, che nel caso porterebbe a ricercare le situazioni che permettano una scelta del terzo tipo, quella adottata dalla persona in questione è stata la più corretta, che magari è pure soddisfatta del risultato ottenuto. O forse pensa a quanto “ha perso” con quell’accordo sulla controversia. Si poteva ottenere di più? Come contrattazione penso di no. Quando i numeri sono consistenti, il diritto-vantaggio economico del singolo che ha posto il problema deve essere subito moltiplicato per tutte le posizioni analoghe ed è quasi naturale trovare un compromesso; non farlo porta a rompere e a continuare la controversia per vie legali, in una situazione già precaria di suo. Ovvio che ci sia chi crede sarebbe stato meglio rompere e chi accetta il compromesso raggiunto con una punta di delusione. Tutti sono pronti a ricevere subito quello che, fino a meno di un anno fa, neppure sapevano che era nel loro diritto avere, anche se in diversi sono pronti a dire che quando arriva il sindacato non si ottiene mai tutto il dovuto, dimenticando che senza quello stesso sindacato neppure sarebbe stata a suo tempo scritta quella frase cui appellarsi e dopo la distrazione generalizzata e continuata neppure sarebbero venuti al corrente dell’appellabilità a quel diritto violato. Il problema sembra proprio aver fatto prendere coscienza del tutto ed essere stati in grado di far avere, pur in un tempo ragionevole, solo una parte e il risultato si trasforma velocemente da piccola vittoria per il gruppo in consistente danno subito dal singolo, che pur lo ignorava fino a poco fa. Ma nella società italiana di oggi è possibile far tornare ad essere più importante la conquista del gruppo (non dico di classe perché risulterebbe ancora più anacronistico)? Forse continuare a desiderarlo si sta trasformando in una lotta contro i mulini a vento.
E se provassimo a cambiare strategia, adattandola ai sentimenti e alle situazioni attuali? Per troppi motivi, c’è una forte divisione fra le persone che lavorano anche nello stesso posto. Ognuno è portato a pensare al proprio diritto, al proprio stipendio, a come migliorarlo per sé, indipendentemente dagli altri. E’ normale che il singolo tratti privatamente per il miglioramento della propria situazione e se poi non ci riesce difficilmente se ne lamenta con gli altri, perché avrebbe dovuto prima palesare quel tentativo. A te sì e a te no aumenta la competizione e le divisioni ed è una strategia normalmente praticata dalle diverse direzioni, le stesse che di fronte ad una richiesta collettiva giocano al ribasso e accusano chi non è disposto ad accettare l’offerta come responsabile della perdita per il gruppo: solo in quel momento si ricordano che di fronte non hanno singoli lavoratori, ma un insieme, perché torna comodo nel conteggio totale. Così la rottura della trattativa diventa responsabilità del sindacato, come pure la differenza fra l’ottenuto e l’ottenibile. Ma se in una situazione come quella riportata, invece di comportarsi come la storia ci ha insegnato, portassimo avanti una strategia in due fasi? Nella prima fase si cerca di ridurre al minimo i tempi per una scelta del secondo tipo, sostenendo la singola persona ed evitando che venga isolata e appena ottenuta la soluzione agganciare la seconda fase, in cui portare avanti una scelta del primo tipo, che faccia ricadere su tutti il vantaggio ottenuto dalla prima per il singolo. E’ vero che questa tempistica ribalterebbe la logica sindacale, che storicamente vede prima la trattativa per tutti e solo quando non ci riesce fornisce ai singoli gli strumenti per le operazioni individuali, ma è una logica nata in un periodo storico in cui era sentita l’appartenenza alla classe e forse in questo nuovo contesto, prima che vinca la logica della scelta di terzo tipo, forse potrebbe valerne la pena.
